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Come studiare velocemente e bene: ecco 6 consigli pratici (a prova di scienza)



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Come studiare velocemente e bene con le 6 chiavi dell’apprendimento efficace: attenzione, allerta, sonno, ripetizione, pause e errori

Pubblicato il 28 mar 2025



Come studiare velocemente

Capire come studiare velocemente e bene non è questione di talento innato o formule magiche. È questione di metodo, di consapevolezza, e – soprattutto – di neuroscienze. Perché se il cervello è l’organo con cui impariamo, allora è proprio lì che dobbiamo guardare per scoprire i segreti dell’apprendimento efficace.

Come studiare velocemente e bene: la neuroplasticità

Il punto di partenza per capire come studiare velocemente e bene è un termine tecnico ma fondamentale: neuroplasticità. È la capacità del cervello di modificarsi fisicamente in risposta all’esperienza. In pratica, ogni volta che impariamo qualcosa – un concetto, una lingua, una skill – si creano nuove connessioni tra neuroni. Più ripetiamo quell’attività, più queste connessioni si rafforzano, rendendoci sempre più abili.

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«Il cervello si adatta e cambia», spiega Lila Landowski, docente universitaria e neuroscienziata australiana in un TED Talk. «Ma questo processo richiede energia, costanza e le giuste condizioni». Il problema? Queste condizioni non ce le insegna quasi nessuno.

Brain Hack: 6 secrets to learning faster, backed by neuroscience | Lila Landowski | TEDxHobart

Se da piccoli impariamo “come spugne”, è perché la neuroplasticità è al massimo nei primi anni di vita. Campioni come Serena Williams o Beethoven non sono nati con un dono divino: hanno semplicemente iniziato presto. Secondo Landowski, la capacità di apprendere diminuisce già dai 5 anni e subisce un vero crollo dopo i 25.

Come studiare velocemente e bene: ecco 6 consigli da seguire

Ma c’è una buona notizia: anche se è più difficile imparare da adulti, non è impossibile. Basta conoscere – e sfruttare – le sei chiavi neuroscientifiche dell’apprendimento efficace: attenzione, allerta, sonno, ripetizione, pause e errori. Si tratta di principi fondamentali, validi per tutti: studenti, lavoratori, formatori.

Attenzione: senza focus, non si impara

In un mondo fatto di notifiche, multitasking e social media, mantenere l’attenzione è diventato un atto rivoluzionario. Ma è anche il primo passo per imparare davvero. Come dimostrano numerosi studi, l’apprendimento profondo richiede attenzione sostenuta. Il problema? Il nostro cervello non è progettato per “switchare” continuamente da un contenuto all’altro, come accade quando scrolliamo il feed di Instagram o TikTok.

Landowski cita ricerche secondo cui un uso dello smartphone superiore a un’ora al giorno nei teenager è associato a deficit misurabili dell’attenzione (Journal of the American Medical Association, 2018). La soluzione? Allenare l’attenzione come fosse un muscolo: con esercizi di meditazione focalizzata, ma anche con una semplice corsetta.

Sì, l’esercizio fisico non solo migliora la memoria e il ragionamento, ma – come dimostrato da uno studio del Proceedings of the National Academy of Sciences – aumenta il volume dell’ippocampo, l’area cerebrale deputata all’apprendimento.

L’importanza dell’allerta (e di un po’ di stress)

Per imparare servono energia e attivazione. In termini neuroscientifici: bisogna attivare il sistema simpatico, quello che scatena la famosa risposta “lotta o fuggi”. Non serve uno spavento improvviso, bastano piccole strategie: una doccia fredda, un po’ di respirazione intensa (come il metodo Wim Hof) o ancora una sessione breve di esercizio fisico.

Anche la caffeina può aiutare: secondo uno studio della Nature Neuroscience (2014), il consumo moderato di caffeina migliora la memoria fino a 24 ore dopo l’assunzione. Ma attenzione: non subito dopo un pasto abbondante, che abbassa l’allerta e rallenta le funzioni cognitive.

Un altro fattore da tenere a mente è il ritmo ultradiano: ogni 90 minuti il nostro cervello alterna fasi di maggiore e minore vigilanza. Per questo conviene studiare nei momenti di picco, idealmente nelle fasce centrali di quei cicli.

Dormire bene è (anche) studiare bene

Il sonno non è una pausa: è un processo attivo durante il quale il cervello consolida la memoria. L’ippocampo, il nostro “diario” mnemonico, trasferisce le informazioni nella corteccia cerebrale solo durante il sonno. Senza dormire, i ricordi non si fissano.

Ecco perché fare le ore piccole per studiare è una strategia perdente. Come confermato dal neuroscienziato Matthew Walker (University of California, Berkeley), l’apprendimento cala fino al 40% in chi non ha dormito a sufficienza. Meglio quindi una buona notte di sonno dopo lo studio che una maratona notturna a base di caffè e ansia.

La ripetizione: il mantra dell’apprendimento

«Ripetere è segnalare al cervello che una cosa è importante», spiega Landowski. Il nostro sistema nervoso investe risorse solo in ciò che appare utile a lungo termine. È per questo che la ripetizione distribuita nel tempo (spaced repetition) è così efficace.

Diversi studi (tra cui quello pubblicato su Psychological Science) dimostrano che due sessioni brevi in giorni diversi sono più efficaci di una sola lunga. È la famosa “tecnica della curva dell’oblio” sviluppata dallo psicologo tedesco Hermann Ebbinghaus già nell’Ottocento: più ripassiamo a distanza di tempo, più l’informazione si fissa.

Le pause? Fondamentali per studiare velocemente e bene

Dopo uno sforzo cognitivo, il cervello ha bisogno di una tregua per “riorganizzare” ciò che ha appena appreso. Durante una pausa, anche di soli dieci secondi, le reti neuronali riproducono l’attività mentale legata all’apprendimento, come se stessero rivedendo il contenuto.

Landowski cita esperimenti neuroscientifici che mostrano come un break breve possa aumentare la velocità di ritenzione fino a 20 volte. E che negli adulti, le nuove informazioni restano instabili anche per un’ora dopo l’apprendimento. Meglio dunque evitare di imparare contenuti simili troppo ravvicinati tra loro.

Sbagliare fa bene (anche se fa paura)

Ultimo punto, spesso trascurato: l’errore è parte integrante del processo di apprendimento. Quando sbagliamo, il cervello rilascia acetilcolina, un neurotrasmettitore che aumenta l’attenzione e “apre” una finestra di plasticità. In pratica, siamo più recettivi a imparare qualcosa di nuovo.

Il problema è che spesso, di fronte a un errore, ci blocchiamo. E invece dovremmo fare l’opposto: usare il feedback per migliorare, senza aspettare di “essere pronti” per metterci alla prova. Anche il gioco può aiutare: quando ci riusciamo, il cervello rilascia dopamina, che rinforza il comportamento corretto. In entrambi i casi, vinciamo.

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